cerchio

Mario Avati - works - qui -
Per dare movimento a quel che è fermo
per vincere o per perdere e poi
ricominciare. Si ricomincia sempre

nel gioco delle carte e rovinarsi
è il peggio che possa capitare.

Togliersi al tempo immobile però

o al tempo che si illude di procedere,
confonderlo nel cerchio
diverso eppure uguale
continuando sempre a mescolare.  

piazza

L’aria è di tutti, non è di tutti l’aria?
Così è una piazza, spazio di città.
Pubblico spazio ossia pubblica aria
che se è di tutti non può essere occupata
perché diventerebbe aria privata.
Ma se una piazza insieme alla sua aria
è in modo irrevocabile ingombrata
da stabili e lucrose attività,
questa non è più piazza e la sua aria
non è che mercantile aria privata.

(Non c’è più Pantheon e non c’è più Navona,
Campo de’ Fiori è Cuba di Batista.)

Cos’è una piazza, cos’è quel dolce agio
che raccoglieva i sensi di chiunque
abiti a Roma o fosse di passaggio?
E’un vuoto costruito a onor del vuoto
nell’artificio urbano del suo limite.
Se si riempie è per tornare al vuoto
perché a costituirla è proprio il vuoto,
non fosse vuota infatti non potrebbe
accogliere chi  passa e se ne va.
Per dargli maggior credito s’innalzano
fontane e statue: certo sono belle
e grazie al vuoto vantano spendore.
Ma c’è qualcosa che è più della bellezza,
è il loro appartenere necessario
a quel sicuro chiaro spazio vuoto.
E questo è più orgoglioso grazie a loro.
Un vuoto generoso di potere,
una salute certa dello spirito,
un bene di città fatto interiore.
Poveri quelli cui mancano le piazze.

I delegati a conservare il bene
di tutti, cittadini e forestieri,
fuggono il vuoto come peste nera,
per loro il vuoto è vuoto di potere.
Non c’è piazzetta slargo o marciapiede
strada o rientranza che, sequestrata,
non si trasformi in gabbia. Da riempire.
Che cosa la riempie non importa:
chiasso puzze concerti promozioni....

E’ naturale che si vada in piazza,
ci vanno tutti, e certo non c’è piazza
che si attraversi in fretta: quasi una timidezza
rallenta i passi alle fontane, all’acqua
che fa il suo giro e torna su se stessa.
La mente sosta insieme al corpo e guarda
lo spazio e l’aria del riposo, ossia
la piazza.

Dunque una piazza va lasciata in pace,
non è merce da farne propaganda.
Ci pensa lei da sola ad animarsi,
quello che importa è che sia pubblica piazza.
Si vuota si riempie e poi si vuota,
accoglie chi sta fuori e lo contiene
finché sta fuori, che prima o poi dovrà
tornare dentro. E se non è così
non è più piazza, è privata terrazza
o lugubre infinito lunapark.


La felice bellezza negligente
sta ferma intorno a te senza rumore,
l’hai vista, sai che c’è, neanche la guardi.
Era il lusso di andarsene per Roma.
 
Ci sono forse altre città nel mondo
che hanno piazze più belle delle nostre,
piazze perdute alla vista e al cuore
piazze vendute insieme alla città?

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Potremmo ragionare, no?
Si potrebbe ragionare. Sì.
Ma ormai c’è troppa folla in campo
C’è troppo  materiale. E poi le strade
le poche strade che ci sono
servono a scappare.


nuvola


Quella nuvola bianca nella sua differenza
insegue l'azzurro sempre uguale:
lentamente si straccia nella trasparenza
ma per un po' mi consola del vuoto universale.
E quando cammino per le strade
e vedo in ogni passo una partenza
vorrei accanto a me un bel viso naturale.

silenzi

Così gentile,
talmente democratico
è il silenzio che non c'è nulla che in lui
non abbia voce, voce tenuta però,
Gerhard Richter, 1990
al MAXXI
che non si impone - che si distingua pure,
ma non per sopraffare.

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La perfezione del primo vero male
non conosce permessi né riposi.
Vigliacca e maledetta si presenta

se leggo un libro se guardo alla finestra, 
se incontro amici se rispondo al telefono
e soprattutto si approfitta

del silenzio dei giorni di festa. 

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Qualche volta un silenzio può essere
apparenza di più vasti pensieri
che non possono aprirsi
alla cadenza di una voce giornaliera.
Ma questo non è il tuo caso
cara mia: il tuo caso è soltanto
totale mancanza di allegria.
 


risveglio

Nella febbretta cuposa dei risvegli
il sudore del sonno si ingiallisce
e cola addosso alle finestre, al cielo
anche se è azzurro. E quando esco
dal sibilo dei sogni
che ha lasciato le mie orecchie ottuse
intossicate dalla ripetizione e riconquisto
lentamente i gesti
che mi portino a un'altra posizione
(forse se metto una camicia a righe
e i pantaloni bianchi, camminerò più in fretta,
avrò un'andatura eretta) dove io non sia
il recinto inerme dei terrori,
l'impresario di scontri clandestini
che alla fine si innamora dei suoi attori,
trovo una mimosa oro antico
il suo turno di splendore ormai finito,
il gregge come una nuvola piatta e mobile
sul prato senza più la frangetta degli agnelli
e il caprone capo col campanaccio al collo
abituato ormai a credere
che muoversi sia il suono.

dormire

codruta cernea
.- youtube -
Ma questo non è sonno . Io dormo
nove ore ma non dormo.
Non mi accoglie il risveglio
perché anche se dormo io veglio
La notte non mi stringe
e non mi chiude a letto,
anche se ho il corpo steso
non mi toglie al suo peso.
I miei non sono sogni
ma sono spiegazioni
pedanti e laboriose,
repliche scialbe e oziose
delle mie poche azioni.
E i suoni ampi e lontani
non aprono il mattino
diversità del fuori,
ma solo lo spavento
del giorno e dei rumori.


auto

Autoritratto (Tamara sulla Bugatti verde), 1925

Per questo sono nata, per scendere
da una macchina dopo una corsa
in una strada qualunque e trafficata
e guidata dagli angeli piegarmi
attraverso il finestrino
sopra quei capelli e in silenzio
sentire l’odore di quel viso
dove poco prima avevo visto
come la bocca e gli occhi
si passavano un sorriso che non si apriva mai
e correndo veloce scompariva
in un attimo e tornava.
Ma come può accadere che tu
per smania di potere
stia vicino a una
con lo sguardo smozzicato
pronta a lanciarsi sugli avanzi
di qualunque sesso e provenienza
che mangiucchia con quella sua boccuccia
che non ha nemmeno un disegno?

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Guardavo avanti, non certo per principio,
guardavo avanti seduta in mezzo al prato
- nessuno rispondeva se chiamato -
il motore freddandosi scrocchiava
e certe luci lontane in doppia fila
come stelle viventi luccicavano.
C’era la luna, a destra, quasi piena,
i temporali a nord l’avevano schiarita,
oh estate! più che dolce, necessaria.
E già più magra io ero
o mi sentivo, ninfa
quasi ardente anche se sola, non
sola veramente ero inebriata.

l'amore

- che cosa pensa dell’amore?
- non è quello che tutti credono, un quadro idilliaco, di felicità: è la fine del possibile, l’inizio del necessario.
- ma allora è un limite.
- sì, lo è, ma impedisce la disgregazione del sé.

- ¿qué piensa del amor?
- no es lo que todos creen, un cuadro idílico, de felicidad: es el fin de lo posible, el principio de lo necesario.
- pero entonces es un límite.
- sí, lo es, pero impide la disgregación de nuestro ser.

divinità

Pigre  divinità  e pigra sorte
cosa non faccio per incoraggiarvi,
quante occasioni con fatica vi offro
solo perché possiate rivelarvi!
A voi mi espongo e faccio vuoto il campo
e non per me, non è nel mio interesse,
solo per farvi esistere mi rendo
facile visibile bersaglio.
Vi do anche un vantaggio, a voi l'ultima mossa,
io non rispondo, a voi quell'imprevisto
ultimo tocco, rivelazione
di potenza e grazia: ci fosse un merito
sarebbe solo vostro. Perché io non voglio
essere fabbrica della fortuna
mia, vile virtù operaia che
mi annoia. Avevo altre ambizioni, sognavo
altre giustizie, altre armonie: ripulse
superiori, predilezioni oscure,
d'immeritati amori regalie.

forme ferme

Leonardo Cremonini
Ah smetti sedia di esser così sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono. Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch'io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna,
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.

guardare

Dolcissimo è rimaneree guardare nella immobilità
sovrana la bellezza di una parete
dove il filo della luce e la lampada
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.

Montagna di luce ventaglio,
paesaggi paesaggi! come potrò
sciogliere i miei piedi, come
discendere - regina delle rupi
e degli abissi - al passo involontario,
alla mano che apre una porta, alla voce
che chiede dove andrò a mangiare?

Es tan dulce permanecer
y mirar en la inmovilidad
soberana la belleza de una pared
donde el hilo de la luz y la lámpara
existen desde siempre
garantizando su permanencia.


Montaña de luz, abanico,
¡paisajes, paisajes! ¿Cómo podré
desatar mis pies,
descender -reina de los peñascos
y de los abismos-
hasta el paso involuntario,
hasta la mano que abre una puerta, la voz
que pregunta adónde iré a comer? 

all'improvviso

 Joanna-Szumska
Ringrazio la sedia, la scala, la poltorna,
che mi accoglieva in improvvisa debolezza
Pietro Marussig
quando improvvisa entrava nella stanza
del tuo corpo assoluto la certezza.









Dali   -Neil Folberg  - qui -


Devo fingere volgarità e tradimento
per accomodarmi sul divano per ricambiare sguardi
e nella finzione riconosco il punto perfetto
l’unico possibile della certezza.

Je dois feindre la vulgarité et la trahison
pour m’installer sur le sofa
pour échanger des regards…
et dans le semblant je reconnais le point parfait

l’unique possible de la certitude.

sensi

Tina Modotti
by E.  Weston - qui -




Chiamati dalle altezze
senza ancoraggio o pesi i miei sensi
non più raccolti ma vagabondi sciolti
soli e assoluti si perdono nell'aria
e a casa mandano notizie di terrore.
Notizie: mentre in casa ogni oggetto
ritrova il suo cassetto il suo scaffale
io divento a me stessa marginale.
La mia materia evapora.




occupazioni

Kuzma Petrov-Vodkin
 - stamp - 
Per distrarsi dal tempo bisogna avere molte occupazioni,
obblighi, scadenze, conti da pagare e rimandare
rimandare l'attuazione, finché tutto finisce
e tutto scade naturalmente inevitabilmente.
Restano fogli di carta spiegazzati, guardati
mille volte e poi buttati. Sembra uno scherzo
ma passano gli anni e accompagnati da questa sensazione
di avere qualcosa da fare, molto importante,
molto urgente, si resta sempre
in un eterno l'altro ieri.


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Strana questa fatica del fare e del sembrare,
stringersi al dettaglio e proseguire
bravi o stridenti. Ci siamo,
è sciocco dubitare, esseri viventi
noi viviamo, opachi o risplendenti,
che ognuno faccia e dica.


punto

Vittorio Matteo Corcos


Adesso fermati, c'è un punto oltre il quale 
non si può più ripetere. 
Quello che ti sembrava ineluttabile, 
continua a rimanere immobile chiuso 
al riparo dentro il proprio margine.
E' vero, ho sempre detto mi arrendo a tutto
ma non all'evidenza. 
Ma quando l'evidenza sta lì umile e spoglia 
non più degna rivale, 
allora anche soffrire è prepotenza.